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Bagni di foresta

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La pratica dei Bagni di Foresta (Shinrin Yoku) è nata in Giappone negli anni ’80 come risposta del governo al duplice bisogno di curare i lavoratori in burn out e di valorizzare le antiche foreste del territorio. Dal Giappone è volata negli Stati Uniti dove ha trovato la sua forma attuale grazie ad Amos Clifford.

Si tratta di alcune ore, di solito due o tre, di immersione sensoriale in natura con l’obiettivo di riconnetterci alla Madre Terra e, attraverso lei, di riconnetterci al nostro sé più profondo. Di ascoltarci e permettere al nostro respiro di tornare ad essere collegamento e radice, filo intrecciato con il vivente.

Durante i Bagni di Foresta che faremo insieme ispirati al metodo della Mindwoodness® attraverseremo il bosco considerandolo nostro compagno ed alleato. Re-impareremo a riconnetterci con i nostri sensi rendendoli porte aperte che ci permettono in sicurezza di farci attraversare dalle relazioni. Un bosco ci insegna a stare dove l’ascolto diventa parola e corpo. Usciamo dalla quasi perenne attenzione al dare/avere e impariamo a lasciarci andare a quello che la relazione porta alla luce. Stare all’interno della relazione lentamente ci porta a vivere un’esperienza di equanimità dando valore all’unicità di ognuno: niente nell’ecosistema bosco è brutto o inutile, ogni imperfezione, ogni “cadavere”, giovani, vecchi, grandi, piccoli, con frutti o senza, animali diversi, insetti, funghi, eventi meteo: nessun essere deve smorzare o aumentare la sua luce ma solo lasciarla splendere. E tutto questo torna a noi, come specchi riflettenti. Siamo relazione, esattamente così come siamo, con tutti i nostri limiti e imperfezioni, luci e ombre, stabilità e mutevolezze. Tutto ci compone e tutto ci può attraversare, siamo capaci di accogliere senza rischiare di essere sopraffatti.

I miceli, l’acqua, l’aria ci collegano, tutti siamo collegati in un supporto reciproco continuo.

Usciamo quindi dal bosco con un cuore ed un respiro diversi con più compassione, più calma e una lucidità diversa.

Ecco alcuni spunti che tengo sempre nel cuore quando preparo le immersioni.

Viviamo in un’epoca dove il livello di disconnessione è altissimo in ogni direzione e ci è compagno quasi costantemente. Viviamo immersi spesso in un’assenza di reali relazioni in cui l’altro o il “nostro altro interiore” raramente è visto, ascoltato e conosciuto. Per relazione intendo un legame dinamico fra due o più enti, una connessione che agisce fra loro e che a loro reagisce, che è sensorialmente e consapevolmente avvertita.

Questa difficoltà ad instaurare relazioni è presente verso altre persone, altri essere senzienti, piante, oggetti inanimati (pensate alla relazione con la carta di un libro) e verso noi stessi. Ci porta a sviluppare un forte senso di solitudine e di impotenza, di inadeguatezza, ci fa stare sempre nel giudizio e nell’ipercontrollo. Impoverisce il nostro quotidiano impedendoci di vivere pienamente momenti ed esperienze, lasciandoci sulla superficie.

Il tempo è un altro aspetto delicato dei tempi che viviamo ed è un elemento essenziale per dare comprensione, valore e profondità alla nostra vita. Noi abbiamo la tendenza a correre, passare costantemente da una cosa all’altra, voler saltare velocemente da un’emozione a quella successiva. Con la parola “tempo” non intendo lo scorrere delle lancette ma l’intensità con cui noi lo attraversiamo, la capacità di vedere “la durata delle cose” (cit.); la capacità quindi di darsi al momento presente, la tensione a non farsi trascinare, di nuovo, sulla superficie delle cose ma a riconoscere a quell’attimo tutta la sua importanza. Stare con consapevolezza e totalità nel momento presente. Questo permette di vivere ogni minuto del nostro quotidiano in modo più profondo e meno stressante. Le lancette sono un riferimento ma il tempo vero è solo l’attimo che stiamo vivendo adesso, l’azione e il pensiero di adesso ai quali do lo spazio per svolgersi.

Il tempo è un altro aspetto delicato dei tempi che viviamo ed è un elemento essenziale per dare comprensione, valore e profondità alla nostra vita. Noi abbiamo la tendenza a correre, passare costantemente da una cosa all’altra, voler saltare velocemente da un’emozione a quella successiva. Con la parola “tempo” non intendo lo scorrere delle lancette ma l’intensità con cui noi lo attraversiamo, la capacità di vedere “la durata delle cose” (cit.); la capacità quindi di darsi al momento presente, la tensione a non farsi trascinare, di nuovo, sulla superficie delle cose ma a riconoscere a quell’attimo tutta la sua importanza. Stare con consapevolezza e totalità nel momento presente. Questo permette di vivere ogni minuto del nostro quotidiano in modo più profondo e meno stressante. Le lancette sono un riferimento ma il tempo vero è solo l’attimo che stiamo vivendo adesso, l’azione e il pensiero di adesso ai quali do lo spazio per svolgersi.

Perdere questi significati di “relazione”, di “momento presente” e di “tempo” porta con sé anche la conseguenza di spostare l’attenzione dal processo al risultato. Il processo è ciò che noi realmente viviamo, ciò che lascia tracce in noi, ciò che di fatto compone la nostra vita. Il risultato non lavora a fondo dentro di noi, crea ansia e non riesce mai a darci quello di cui noi abbiamo bisogno.

“Se si pulissero le porte
della percezione ogni cosa apparirebbe
all’uomo come realmente
è, infinita.”
William Blake
“Se si pulissero le porte
della percezione ogni cosa apparirebbe
all’uomo come realmente
è, infinita.”
William Blake
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